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E poi bisogna imparare a dire la verità.
Anche questo vi sembra strano.
Non vi rendete conto che si debba imparare a dire la verità.
Vi sembra che basti desiderare o decidere di dirla.
E io vi dico che è relativamente raro che le persone
dicano una bugia deliberatamente.
Nella maggior parte dei casi pensano di dire la verità.
Mentono continuamente, sia a sé stessi che agli altri.
Di conseguenza nessuno comprende gli altri, né sé stesso.
Pensateci: potrebbero esserci tante discordie,
profondi malintesi e tanto odio verso il punto di vista
o l'opinione altrui, se le persone fossero capaci
di comprendersi l'un l'altro?
Ma non possono comprendersi perché non possono non mentire.
Dire la verità è la cosa più difficile del mondo;
si deve studiare molto, e per molto tempo,
per poter un giorno dire la verità.
Il desiderio solo non basta.
Per dire la verità, bisogna essere diventati capaci
di conoscere cosa è la verità e cos'è una menzogna;
e prima di tutto in sé stessi.
E questo nessuno lo vuol conoscere.
George I. Gurdjieff
Concludo con un breve passaggio tratto da una recensione amichevole pervenuta all’autore, parole che, per la verità, mi sono parse quantomai opportune: “Non che certe cose non si possano dire, ma tu sai meglio di me che per raccontare qualcosa a qualcuno c’è bisogno che prima si sia fatto silenzio, che le prime battute del racconto non siano in dissonanza col pensiero quotidiano, per i più, o normalmente accademico per i pochi. Insomma, per quanto uno possa avere qualche ragione, tu sai, sempre meglio di me, che il piacere più grande per la gente è linciare i profeti: i falsi perché non veri, e i veri perché sono impertinenti. E sarebbe saggio avanzare in punta di piedi, con dichiarata umiltà, oppure adottare una forma impersonale che scagioni dagli intenti violentatori.”
In pratica, questo lavoro serve alla trasposizione in chiave parzialmente narrativa di alcune tematiche di natura etica e spirituale, le quali, altrimenti, avrebbero assunto valori puramente teorici, svincolati dalla realtà. La narrazione si svolge nell’ambito di un’enclave spazio temporale fantastica, che tuttavia si ricollega al nostro mondo e alla nostra epoca attraverso precisi riferimenti, insomma una sorta di universo parallelo.
In questo modo viene consentita al lettore sia l’identificazione con i fatti e i personaggi della narrazione stessa che l’osservazione di tali fatti e personaggi da una prospettiva asettica. Infine, in questo lavoro viene presentata una nuova lettura (propriamente dal punto di vista linguistico) del capitolo tredici del libro dell’Apocalisse, che costituisce il fulcro attorno al quale si sviluppa l’intera opera.
Svelamento e visione di ciò che viene svelato sono però due cose distinte. Lo svelamento, cioè la rimozione del velo che impedisce la chiara visione di una certa realtà, può essere opera di un singolo, che pertanto in tale contesto svolge la sua funzione profetica, come definita dalle parole di Eugenio Corsini, citato più volte nel corso dell’opera: “...profezia è un dono e un’attività dello Spirito di Dio nell’uomo, per cui questi è in grado di ricevere la parola, la rivelazione divina e di trasmetterla agli altri.” La visione che ne consegue, invece, dev’essere necessariamente di natura collettiva: diversamente non si potrebbe dichiarare rimosso il velo che la impediva.
Il velo rimosso è uno solo, ma in funzione del rapporto linguistico che lega gli esseri umani alla realtà del mondo in cui vivono, fatto che viene costantemente richiamato nel corso di tutto il libro attraverso le ripetute citazioni del filosofo austriaco Ludwig Wittgenstein, in funzione di tale rapporto, si diceva, ciò che viene svelato si colloca su due livelli fortemente correlati: quello di ciò che è significato e quello del segno significante, stabilendo così una relazione biunivoca tra segno e significato di rara efficacia, di modo che lo svelamento dell’uno necessariamente prelude a quello dell’altro. Una nuova visione della realtà, quindi, è ciò a cui intende portare il singolare sforzo che viene compiuto attraverso le pagine di questo libro.
La sorprendente tesi sostenuta in questo libro, presentata in maniera esplicita soltanto nelle sue ultime battute, si colloca all’estremo opposto rispetto a tutti quelli che si sono occupati altrove dello stesso soggetto. Mentre la gran massa d’essi, cimentandosi nell’ardua impresa di decifrare l’enigma più inquietante delle Scritture, hanno fatto quadrato intorno alla rivendicazione di una personale capacità interpretativa, qui si dice a chiare lettere che tale operazione è a portata di chiunque, purché, naturalmente, abbia gli strumenti per poterla compiere (e tali strumenti vengono naturalmente puntualmente forniti).
Si sarebbe perciò indotti a credere che la certezza dell’identificazione cui l’autore fa cenno, "L’inequivocabile e definitiva identificazione della Bestia, tramite il suo nome...", dipenda, secondo lui, proprio dal fatto che chiunque sarà in grado di effettuarla e di riconoscerne il valore, sul piano etico come su quello intellettuale. Se le cose stanno così, allora, in questo modo, viene compiuta una vera azione di svelamento, per cui l’Apocalisse diventa veramente la Rivelazione.
Riprendo quanto avevo già scritto in un commento qualche tempo fa, per rendere nota quella che in qualche modo potrebbe essere classificata come una mia fobia: quando arrivo a far visita ad un blog, e lo trovo affollato di commenti, scatta un forte impulso che mi impedisce di commentare. Diciamo che non ho un gran feeling con la "presenza di massa". L'unica soluzione che riesco a trovare in tal caso è quella di arrivare, con i miei commenti, prima della gran moltitudine, ma non sempre mi riesce.
Gli amici e le amiche i cui blog corrispondono a quanto detto sappiano, quindi, perché la mia presenza presso di loro è scarsa, quand'anche, a volte, del tutto inesistente.
Ma questo è solo il primo punto, ché il secondo è ancor "più peggio": gli è che non riesco a superare la barriera dei testi senza fine. Riporto qui, per essere meglio compreso, delle parole che prelevo da un post di Roboris, in cui spiegava questa stessa cosa:
"Capita che nel mio girovagare per i sentieri della rete, sentieri a volte piani a volte sconnessi, mi imbatta in una casetta che sembra sorridermi. Busso alla porta ed entro, piano piano, senza far rumore, per non disturbare i padroni. E mi si presenta alla vista un blocco di testo che non finisce più. E chi ce la fa a leggere i monoblocchi? (O anche i poliblocchi?) Mi si blocca lo stomaco. Ci sono delle volte che mi pare siano stati trattati con materiale repellente, sguardifugo.
Delle volte, qualche parola evidenziata in bold e magari colorata aiuta a superare il primo impatto, e piano piano introduce lo sguardo oltre la superficie, nelle profondità del testo: sempre che ce ne siano, in quel testo..."
Ed ecco svelato il secondo arcano.
Qualcuno ha adottato, simpaticamente, il motto: "Merda alla brevità." Parlo dell'anfiosso che scrive, che trovate all'indirizzo: anfiosso.splinder.com, nel suo post numero CXXVIII (lui li numera tutti alla latina maniera).
Io credo che la brevità sia già troppo lunga, e per convincersene basta leggere i tanti commenti dislocati in giro, alcuni anche presso di me, completamente fuori asse rispetto all'intento del commentato. Per spiegare cosa accada in tali circostanze, richiamo alla mente le parole di un filosofo austriaco che mi è molto caro (sapete chi è, vero?): "Ciò che dev'essere superato non è una difficoltà dell'intelletto, ma della volontà."
Dato l'immane sforzo di volontà che deve essere compiuto, quindi, è meglio che esso sia di breve durata...
Era stato tenuto prigioniero per mezzo di un nome, un nome senza spirito, solidificato. E ora dovrà lottare per portare la stessa liberazione ai suoi fratelli e alle sue sorelle. Nel fare questo insegnerà loro che anche nel caso della liberazione è implicato un Nome.
In fondo, a ben guardare, lo scopo di questo libro è unicamente questo: fare conoscere questi due nomi.
Ora, per riprendere il filo del discorso circa quello che voglio ottenere, ecco, con l’affermazione che la mia coscienza urla attraverso le pagine di questo libro io voglio che avvenga una liberazione.
In una lercia cella, situata nella profondità più nascosta degli abissi dell’egoismo, la Bestia ha gettato, e da lungo tempo tiene incatenata, la vera identità dell’essere umano. Ma quando, finalmente libero, egli riuscirà a guardare attorno a sé e a scorgere di nuovo la propria immagine riflessa nel grande specchio dello spirito, allora si riconoscerà e non saprà trattenersi da un lungo e silenzioso pianto.
È importante capire che ciò può avvenire solo se c’é una corrispondenza delle parti. La ragione del mio universo può specchiarsi in quella altrui. L’intelligenza dell’universo altrui si può specchiare nella mia e, per finire, la coscienza di un universo può specchiarsi in quella di un altro universo.
In questo momento, ad esempio, si sta dando il caso di uno specchiamento ragione/ragione. Se l’autorità della ragione di questo universo verrà riconosciuta dalla ragione esterna, che qui si sta specchiando, ne potrà conseguire un fatto importante: che l’intelligenza esterna riconosca questa nuova autorità e la affermi come un proprio fatto etico, generando così un nuovo stato di coscienza.
"È una circostanza altrettanto decisiva che il soggetto in preda ad inquietudini, disagi e crampi intellettuali faccia sua la ricostruzione che del suo errore gli viene presentata. Che egli dica per esempio: «Sì, questo è ciò che io penso, questo è esattamente ciò che io penso».
"Noi possiamo convincere qualcuno del suo errore soltanto quando egli lo riconosce come la corretta espressione di ciò che egli sente. Il punto è: soltanto quando egli la riconosce come tale essa risulta la corretta espressione..."
Ludwig Wittgenstein in Aldo G. Gargani, Il coraggio di essere, pag. 30 (saggio introduttivo ai "Diari segreti" di Wittgenstein - Laterza 1987)
Lo specchiarsi dell’intelligenza nella ragione può avvenire solo nell’ambito dello stesso universo, perché la parte etica riconosce solamente l’autorità della parte logica del proprio universo. L’intelligenza di una persona non può perciò specchiarsi nella ragione di un'altra persona. È però possibile che si diano casi di specchiamento anche esternamente. Ad esempio, una o più parti del mio universo possono specchiarsi nelle corrispondenti parti di un altro universo.
È fondamentale, in questa relazione di parti, il gioco dello specchiamento, del fatto, cioè, che ognuna delle parti può osservare sé stessa. La coscienza, infatti, è la capacità di osservare e giudicare sé stessi. Essa porta così all’affermazione dell’individuo e al riconoscimento dell’affermazione altrui (inteso proprio nella sua accezione primaria di riconoscimento di un proprio simile nell’altro, essendo questo possibile solo in quanto prima, in sé stessi, è avvenuto il proprio riconoscimento).
"V’è realmente un’unica anima del mondo, che di preferenza chiamo la mia anima, ed a cui immagine e somiglianza soltanto concepisco ciò che chiamo le anime altrui."
Ludwig Wittgenstein Quaderni 1914-1916, 23.5.15 (Laterza 1987)
Nota: salvo indicazione diversa, come in questo caso, le opere di Wittgenstein citate in queste pagine sono edite da Einaudi.
Questo enunciato di Locke deve essere assunto come indispensabile se si desidera pervenire al raggiungimento del primo obiettivo, cioè il riconoscimento dell’autorità che l’intelligenza, tramite la ragione, deve ricavare da sé stessa.
L’autorità di cui parlo non serve per stabilire ciò che è vero e ciò che è falso: a ciò è infatti preposta la ragione. Essa è, invece, l’autorità che l’intelligenza deve trarre da questo riconoscimento, cioè il riconoscimento di ciò che la ragione le indica come vero e di ciò che le indica come falso, quando, dopo essersi specchiata nella ragione stessa, deve costringersi alle conseguenze etiche che da esso derivano.
L’interazione tra lo stato di conoscenza (riconoscimento) del vero e del falso, anche relativi o a corrispondenze invertite, e lo stato di costrizione etica, fondato sull’affermazione di una conseguenza ineludibile, genera lo stato di coscienza.
Sarà utile anche una breve considerazione sulla disposizione d’animo necessaria per comprendere dove voglio arrivare, ciò che voglio ottenere. Perché una cosa deve essere chiara: io voglio ottenere qualcosa. Voglio che in ogni voi dove ciò sia possibile succeda qualcosa. Il principio esposto nel brano che segue può essere d’aiuto in tal senso:
"...non possiamo ragionevolmente attenderci che qualcuno abbandoni prontamente e disciplinatamente la propria opinione e accetti la nostra, rassegnandosi ciecamente ad una autorità che la sua intelligenza non riconosce. Infatti, per quanto la ragione possa spesso errare, l’intelligenza non possiede altra guida, e non può sottomettersi ciecamente alla volontà e alle decisioni di un altro".
John Locke in B. Russell, Storia della filosofia occidentale,
pag. 888 (Longanesi 1953)
Per tornare alle necessità del presente, cioè per tentare di attuare la necessaria sincronizzazione, in relazione alle parole presenti in queste pagine, vorrei proporre un tipo di approccio basato su alcune indispensabili premesse. Le due citazioni che seguono sono ancora parole di Wittgenstein.
Per una grande classe di casi - anche se non per tutti i casi - in cui ce ne serviamo, la parola «significato» si può definire così: Il significato di una parola è il suo uso nel linguaggio. E talvolta il significato di un nome si definisce indicando il suo portatore. (Ricerche, I 43)
Ciò che dobbiamo dire per spiegare il significato, voglio dire l’importanza, di un concetto, consiste spesso in fatti naturali straordinariamente generali. Fatti che per la loro grande generalità non vengono quasi mai menzionati. (Ricerche, I 143, sub annotazione)
Queste sono indicazioni cui si potrà fare riferimento come principio di ordine generale per ricavare il significato di una parola o il senso di una frase nel contesto dell’impiego che di essa viene fatto in queste pagine.
Nel caso di alcuni colori utilizzati per dipingere questo quadro, intendo che vengano accettati secondo il giuoco mediante il quale io gioco. E come faccio questo? Mettendo il dito sopra una zona in cui compaia ciò che io intendo sia, ad esempio, il rosso, e dicendo: "Ecco, questo, per me, è il rosso".
Anche se qualcuno, rinomato artista, fine utilizzatore di spatola e pennello, vorrebbe subito dissentire da questa indicazione, perché, nell’ambito del suo ampio bagaglio cromatico, non trova la corrispondenza con l’ulteriore specificazione che gli frigge da qualche parte (bordeaux, carminio, amaranto, e via di questo passo, con ulteriori specificazioni della specificazione, etc...) Quelli che avranno il coraggio di scendere nelle profondità del proprio io (in quelle profondità dove hanno lasciato che fosse imprigionata la loro dignità), vedranno che c’è una relazione diretta tra la questa malattia e la progressiva solidificazione dello stato spirituale dell’essere.
Il mio intento è quindi quello di fare in modo che il paradigma, in questa circostanza, non vada perduto.
In effetti, anziché tentare di afferrare il significato che tale frammento aveva nel suo luogo di origine, l’universo di un altro uomo, ognuno gli attribuisce un significato prelevandolo dal suo deposito personale, dal contesto della sua esperienza, dal suo microcosmo. Nel fare questo si viene a verificare una situazione del tipo di quella descritta dal filosofo austriaco Ludwig Wittgenstein in relazione ad uno dei tanti giochi linguistici che si possono dare nella “...rete complicata di somiglianze che si sovrappongono e si incrociano a vicenda...” (Ricerche filosofiche, I 66) e cioè:
"Una cosa rossa può venir distrutta, ma il rosso non può venir distrutto, e pertanto il significato della parola ‘rosso’ è indipendente dall’esistenza di una cosa rossa". - Certo, non ha alcun senso il dire che il colore rosso (il colore, non il pigmento) viene lacerato o frantumato. Ma non diciamo "Il rosso svanisce?" E non aggrapparti al fatto che possiamo evocarlo agli occhi della mente anche se non c’è più niente di rosso! Come se tu volessi dire che ci sarebbe pur sempre una reazione chimica che produrrebbe una fiamma rossa. - Infatti, come fai a dirlo se non sei più in grado di ricordarti il colore? - Se dimentichiamo qual è il colore che ha questo nome, il nome perde il suo significato per noi; vale a dire, con quel nome non possiamo più giocare un determinato giuoco linguistico. E allora la situazione è paragonabile a quella in cui il paradigma, che era uno strumento del nostro linguaggio, è andato perduto. (Ricerche, I 57)
In questo libro sono già comparse alcune parole, e molte altre dello stesso tipo seguiranno a breve, dotate di un potere terrificante: quello di indurre ognuno a una comprensione sua e del tutto particolare di quel frammento di pensiero che esse si portano appresso.
Questo fatto non garantisce però che il risultato sia soddisfacente, cioè che persone che hanno ricevuto uno stesso bagaglio di nozioni abbiano poi la capacità di comunicare e capirsi appieno, e questo per un semplicissimo motivo: mentre l’insegnamento di solito verte sull’acquisizione quantitativa di vocaboli e nozioni relative, le funzioni di utilizzo e i meccanismi di ricezione, trasmissione e coniazione di tali vocaboli e nozioni vengono di solito completamente ignorati.
“La scuola mira ad attribuire a ogni allievo un certo quantitativo di proprietà culturale, e alla fine dei corsi fornisce agli allievi un certificato in cui si comprova che essi ne hanno perlomeno il quantitativo minimo. Agli allievi si insegna a leggere un libro in modo tale da poter ripetere le idee fondamentali dell’autore; è così che gli allievi conoscono Platone, Aristotele, Descartes, Spinoza, Leibniz, Kant, Heidegger, Sartre. La differenza tra i vari livelli di istruzione, dalle medie all’università, consiste soprattutto nel quantitativo di proprietà culturale che è stato acquisito, il quale corrisponde grosso modo all’entità delle proprietà materiali di cui ci si aspetta che gli allievi dispongano in una fase successiva della loro esistenza. I cosiddetti ottimi allievi sono quelli che sanno ripetere, con maggior accuratezza, ciò che ciascuno dei vari filosofi ha detto. Costoro sono paragonabili a una guida di museo bene informata; quel che apprendono non va molto al di là dei limiti di questo tipo di conoscenza possessiva. Non imparano a interrogare i filosofi, a dialogare con loro; non imparano a cogliere le contraddizioni dei filosofi stessi, né a rendersi conto che scansano certi problemi o evitano di fornire una risposta; non imparano a distinguere tra quanto era nuovo e quanto gli autori non potevano fare a meno di pensare perché rispondeva al comune buon senso dell’epoca loro; non imparano ad ascoltare in modo da poter distinguere quando ciò che gli autori dicono proviene soltanto dal loro cervello, e non è dettato dal cervello e dal cuore insieme; non imparano a scoprire se gli autori sono autentici o fasulli; e si potrebbe continuare a lungo”.
E. Fromm Avere o essere? pag. 49 (Mondadori - Saggi 1977)
“A vedere le numerose e svariate istituzioni destinate all’insegnamento e allo studio, e la grande folla di scolari e maestri, verrebbe da pensare che al genere umano stia estremamente a cuore comprendere le cose e conquistare la verità. Ma, anche qui, l’apparenza inganna."
A. Schopenhauer L’arte di insultare (Le nostre scuole) pag. 126 (Adelphi 1999)
Il modello di istruzione della società occidentale prevede l’insegnamento, fin dai primissimi anni di vita del bambino, dei rudimenti del leggere e dello scrivere, per poi svilupparsi, attraverso la ripetizione ciclica e il progressivo ampliamento dell’iter di base, fino alla formazione di un individuo che dovrebbe contenere in sé la capacità di una corretta interazione con il mondo esterno.
Anche i concetti più banali (come possono essere considerati, ad esempio, quelli direttamente collegati a esigenze della vita quotidiana) hanno bisogno molto spesso di una preventiva analisi e di una conseguente messa a fuoco comune. Una sincronizzazione, per così dire, che permetta di esprimersi il più possibile appaiati, ovvero attribuendo stessi concetti a stesse parole.
Da tutto quanto precede deriva che il vero messaggio, il significato reale e profondo contenuto in quelle parole dell’Apocalisse, il significato che nelle intenzioni del suo autore e di Colui che lo ha ispirato doveva giungere a noi direttamente in prima battuta, quello che fa la differenza tra la vita e la morte, è questo:
"Il seicentosessantasei è un numero di uomini, cioè un numero che gli esseri umani, pur nella loro grande imperfezione, possono calcolare, un numero alla portata della loro intelligenza, un numero che devono assolutamente sapere riconoscere, se non vogliono esserne divorati."
FINE DEL PRIMO VOLUME
Detto in altre parole: il nome della Bestia, quello che essa porta a spasso visibilmente e con il quale vuole marchiare la coscienza degli esseri umani, ha un controvalore numerico, si potrebbe anche dire pesa, usando un vocabolo che ha una sua applicazione sia in ambito popolare che di gergo, nell’informatica, e questo valore, o questo peso, è 666.
Il verbo greco qui reso "provi a calcolare" (in altre traduzioni tradotto con l’imperativo calcoli o anche conti) implica, nella sua radice, l’uso di sassolini per numerare, calcolare, contare, e questo rende pienamente l’idea di ciò che bisogna fare per venire a capo dell’enigma che ci viene proposto da Giovanni. Come abbiamo già avuto occasione di notare, è quanto hanno fatto spontaneamente gli antichi, quando ancora l’equivoco non era possibile, e anche altri dopo di loro, e vale la pena di ribadire quanto già detto all’inizio della trattazione di questo capitolo: in questo caso siamo completamente fuori dal contesto della pratica della ghematria, in quanto essa costituisce un sistema di interpretazione dei significati stratificati nelle singole parole del testo, mentre qui siamo invitati ad applicare la nostra intelligenza alla ricerca di un nome (un significato) che abbia una corrispondenza con un numero.
Il problema è di una banalità incredibile, ma le conseguenze che se ne traggono sono estremamente rilevanti; esse ci portano, infatti, all’imbocco dell’unica strada possibile di interpretazione, che è, per l’appunto, quella indicata chiaramente da Giovanni stesso: "Da questo si riconosce la vera sapienza. Chi è in grado di capire, provi a calcolare il numero della bestia. È un numero di uomini. Il suo numero è seicentosessantasei".
La notazione 666 è possibile solo perché fatta con i numeri in uso nel nostro sistema di scrittura numerica, che abbiamo ereditato dagli arabi. Nel testo dell’Apocalisse, invece, a seconda di come compare nei vari manoscritti che ci sono pervenuti, troviamo che tale numero o è scritto per esteso, o come cifra, però con i caratteri dell’alfabeto greco.
Il condizionale espresso in due occasioni all’inizio di questa nostra breve analisi sull’utilizzo del numero sei nel contesto delle Scritture, comunque, avrebbe dovuto renderci cauti sulle conseguenze che se ne possono trarre. In effetti, c’è un problema di fondo che inficia in buona parte le ragioni fino a qui addotte per giustificare anche il concetto di enfatizzazione operato dalla triplice ripetizione del numero sei, ed è questo: la forma grafica con cui viene generalmente presentata la notazione numerica attorno alla quale ci stiamo arrabattando, forma che ha assunto una visibilità e una valenza simbolica che va oltre ogni dire, è semplicemente falsa.
Il fatto che essendo un numero di uomini è un numero imperfetto, in quanto associato allo stato decaduto degli esseri umani, è sicuramente uno dei significati già attribuiti da cui non possiamo e non vogliamo prescindere.
Sono molti infatti coloro che, partendo dal valore del numero sei come cifra dell’uomo (cosa che ha il suo fondamento nelle speculazioni sul racconto della creazione dell’uomo che ha luogo, appunto, nel sesto giorno: cfr. Gen.1, 26-31), credono di vedere nel numero seicentosessantasei nient’altro che l’indicazione dello sforzo vano della creatura per raggiungere con le sole sue forze la pienezza e la perfezione (rappresentate dal numero sette).
Eugenio Corsini, Apocalisse - Prima e dopo, pag. 344 (SEI 1980)
Che il sei venga associato alla manifestazione di tutto ciò che si contrappone alla perfezione spirituale è infine confermato proprio dal numero il cui significato nascosto stiamo cercando di rendere manifesto: esso è indicato come il numero della Bestia che si oppone a Dio.